Medicina del lavoro
Medico competente interno o esterno: quale scegliere e quanto cambia
La legge prevede tre forme per il medico competente: dipendente diretto, libero professionista o convenzionato con una struttura esterna. Ecco quando conviene l’una o l’altra, e quanto cambia in termini di costo.
Chi deve nominare il medico competente si trova davanti a una domanda che la legge lascia aperta: meglio un medico interno, dipendente diretto dell’azienda, o un professionista esterno? La risposta non è la stessa per tutti — dipende dal numero di dipendenti, dal tipo di rischio e da quanto l’azienda vuole gestire in autonomia.
Le tre forme previste dalla legge
L’art. 39 del D.Lgs. 81/08 non lascia libera scelta assoluta, ma indica tre modalità con cui il medico competente può svolgere il proprio incarico:
- Dipendente o collaboratore di una struttura esterna, pubblica o privata, convenzionata con l’azienda — è il caso di GMS: un ente organizzato che assegna il medico e ne garantisce la continuità.
- Libero professionista, che offre il servizio direttamente e in proprio, senza una struttura organizzata dietro.
- Dipendente diretto del datore di lavoro — il medico competente “interno” in senso stretto, con un contratto di lavoro come qualsiasi altro dipendente.
In tutti e tre i casi la legge impone la stessa garanzia: l’autonomia del medico competente nei suoi compiti (art. 39, comma 5). Non è un vincolo che cambia scegliendo l’interno: il datore di lavoro non può condizionare i giudizi di idoneità né in un caso né nell’altro.
Quando conviene il medico competente interno
Assumere un medico competente come dipendente ha senso quando i numeri lo giustificano: aziende con centinaia di lavoratori, spesso su più turni, con un volume di visite che riempie l’agenda di una persona a tempo pieno. È la situazione tipica di grandi stabilimenti industriali o di gruppi con un ambulatorio aziendale proprio.
Il vantaggio è la presenza continua: il medico conosce i reparti, i processi produttivi e le persone, ed è disponibile senza dover programmare una visita esterna. Lo svantaggio è il costo — uno stipendio fisso, con tredicesima, contributi e ferie, che va sostenuto indipendentemente da quante visite si fanno in un dato mese — e il rischio di dipendere da una persona sola: se il medico interno è assente per malattia o si dimette, l’azienda resta senza sorveglianza sanitaria finché non ne trova un altro.
Quando conviene il medico competente esterno
Per la grande maggioranza delle aziende italiane — quelle sotto i cinquanta, cento dipendenti — il medico competente esterno o convenzionato è la soluzione più diffusa, e per un motivo semplice: il costo segue l’attività reale, non un contratto fisso. Si paga la nomina e le visite che si fanno, non uno stipendio a prescindere dal volume di lavoro.
C’è un secondo vantaggio che si vede solo quando serve: la continuità del servizio. Una struttura organizzata come GMS non dipende da una sola persona — se il medico assegnato è assente, la sorveglianza sanitaria non si ferma. Con un singolo libero professionista o un dipendente interno, un’assenza prolungata lascia l’azienda scoperta.
Il compromesso è la presenza: il medico esterno viene secondo un calendario di visite programmato, non è in azienda tutti i giorni. Per la quasi totalità delle aziende italiane non è un limite reale: le visite periodiche hanno cadenze annuali o biennali, e un sopralluogo agli ambienti di lavoro (obbligatorio almeno una volta all’anno, art. 25) basta a mantenere la conoscenza diretta dei rischi.
Quanto cambia in termini di costo
Per il medico competente esterno o convenzionato, i costi seguono uno schema riconoscibile: un compenso fisso annuale per la nomina — indicativamente da 250 € fino a 5 dipendenti a 900 € oltre i 75 — più il costo delle singole visite ed esami (la visita base intorno ai 32 €, un’audiometria 25 €, una spirometria 18 €). Il dettaglio completo, voce per voce e con due esempi di conto, è nella pagina quanto costa il medico competente.
Per il medico competente interno il paragone è diverso: non si tratta di un costo a prestazione ma di uno stipendio, che nella grande maggioranza dei casi supera abbondantemente quanto un’azienda di piccole o medie dimensioni spenderebbe con un servizio esterno per lo stesso numero di lavoratori. Torna a convenire solo quando il volume di visite è tale da occupare, di fatto, una persona a tempo pieno.
Come si decide, in pratica
Tre domande aiutano a orientarsi:
- Quanti lavoratori sono soggetti a sorveglianza sanitaria? Sotto le poche centinaia di unità, il costo di un dipendente a tempo pieno raramente si giustifica.
- I rischi richiedono una presenza quotidiana? Turni continui, sostanze pericolose con monitoraggio ravvicinato o un ambulatorio aziendale già esistente spingono verso l’interno.
- Serve continuità garantita, senza dipendere da una persona sola? È il punto a favore di una struttura esterna organizzata.
Domande frequenti
Un’azienda piccola può avere il medico competente interno?
Sì, non c’è un divieto legale. Ma nella pratica il costo di uno stipendio fisso, spesso superiore ai 30-40.000 € annui, raramente si giustifica per le poche decine di visite che un’azienda piccola richiede in un anno.
Il medico competente esterno è meno affidabile di quello interno?
No: la legge impone la stessa autonomia di giudizio in entrambi i casi (art. 39, comma 5), e i medici esterni sono soggetti agli stessi obblighi di aggiornamento professionale (ECM). Cambia il modello organizzativo, non il livello di garanzia.
Si può passare da interno a esterno, o viceversa?
Sì, in qualsiasi momento: la nomina del medico competente è un incarico che il datore di lavoro può rivedere quando le condizioni dell’azienda cambiano — ad esempio quando i numeri crescono al punto da far convenire un ambulatorio proprio, o quando serve tornare a un modello più flessibile.
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Vedi anche: cosa deve includere un preventivo di medicina del lavoro.
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